IL PROGRAMMA DEL PRC PER LE ELEZIONI


IL PROGRAMMA DEL PRC PER LE ELEZIONI COMUNALI

E PROVINCIALI DEL 6 E 7 GIUGNO 2009

IL QUADRO DI RIFERIMENTO

Al centro della prossima tornata elettorale amministrativa, che coinvolgerà 63 Province e oltre 4.000 Comuni, per il PRC vi è il tema della capacità degli enti locali, più vicini ai cittadini, più inseriti nel contesto sociale, di riappropriarsi del loro ruolo di rappresentanza democratica dei cittadini, contrastando gli effetti della crisi sui lavoratori e le lavoratrici e le riduzioni dei trasferimenti finanziari, tendenti a limitare la loro capacità di incidere sui territori. In particolare, con l’approvazione della legge delega sul federalismo fiscale c’è il rischio che diritti e risorse non siano più uguali per tutti gli enti locali, facendo venir meno quella concezione universalistica dei diritti dei cittadini per la quale ci battiamo da anni.

E’ necessario, infatti, contrastare con il voto al PRC una vera e propria controriforma del ruolo dei Comuni e delle Province che tenta di mettere in discussione, insieme all’autonomia finanziaria, i diritti sociali dei cittadini, a partire dai più deboli,e la possibilità di partecipazione democratica alle scelte degli enti pubblici più vicini ai problemi ed ai bisogni dei cittadini.

E’ in questo contesto che il PRC deve schierarsi per la reale valorizzazione del ruolo delle autonomie locali.

Al fine di aprire una nuova stagione delle autonomie locali, il PRC considera essenziale che i programmi siano il fondamento delle alleanze e non semplici corollari, considerando vincolante:

l’assunzione della difesa dei redditi più bassi e della lotta al carovita come priorità dell’azione di governo (attraverso l’ attivazione di adeguate scelte in tema di servizi pubblici, politica tariffaria e assistenza sociale);

l’assunzione di criteri rigorosi in tema di rispetto della legalità nell’amministrazione pubblica, e di trasparenza e di controllo;

il contrasto alla politica della destra di restrizione delle risorse prevista dalla finanziaria e dalle nuove norme collegate al patto di stabilità;

la tutela del patrimonio pubblico;

la salvaguardia delle funzioni pubbliche e il rifiuto delle privatizzazioni in tema di servizi pubblici locali (SPL) a partire dall’acqua;

la difesa rigorosa del patrimonio ambientale;

il rifiuto di scelte in materia di sicurezza dei territori, ispirate a logiche discriminatorie, razziste, xenofobe;

l’allargamento delle pratiche partecipative e alla valorizzazione delle assemblee elettive nelle scelte politiche locali.

Nella condizione generale di crisi in cui versa il Paese, insomma, ci battiamo perché il sistema enti locali diventi il primo luogo di intervento per la gestione di politiche di redistribuzione e di inclusione sociale.

Per il PRC è essenziale mettere al centro il tema della questione morale , emerso anche in molte giunte del PD, in stretto collegamento con il tema delle alleanze e delle eventuali aperture proposte da queste giunte all’UDC, aperture alle quali ci opponiamo nettamente sia a livello politico che programmatico.

Il PRC considera, pertanto, essenziale che i programmi, e conseguentemente le alleanze, siano il risultato, in primo luogo. di un confronto con le forze della sinistra e i movimenti sociali e che tale confronto deve essere occasione di partecipazione popolare alle scelte che si definiscono.

QUESTIONE MORALE

Il PRC lavora perché a partire dagli enti locali attraverso la partecipazione si superi quel distacco fra cittadini e istituzioni , frutto delle mancate risposte ai bisogni popolari e dei ceti più deboli, e reso più grave dalla moltiplicazione, negli ultimi mesi, di episodi di corruzione di amministratori e di esponenti politici, di cattivo utilizzo del danaro pubblico e da un perverso rapporto fra politica e affari, fatti che hanno riproposto l’urgenza della moralizzazione della vita pubblica.

La questione morale a nostro avviso, si può affrontare seriamente, però, solo individuando scelte politiche sbagliate che ne sono all’origine.

La verità è, infatti, che ogni volta che a livello di Enti locali si discute di esternalizzazioni, privatizzazioni, norme derogatorie di piani regolatori etc. non solo si mina la democrazia della rappresentanza degli interessi pubblici, ma si apre un varco drammatico alla possibilità di corruzione degli amministratori, come evidenziato dall’esplodere della questione morale nei mesi scorsi in Abruzzo, a Firenze, a Napoli ed in molte altre situazioni.

Va, infatti, evidenziato che l’immoralità è emersa sempre quando si promuovevano o grandi operazioni immobiliari a vantaggio dei privati o gravi e complessi interventi di trasformazione territoriale (piani esecutivi, risanamenti ambientali, ristrutturazioni urbanistiche ed edilizie complesse) o esternalizzazioni di servizi pubblici.

Ecco perché proponiamo come discriminante, sia per le nostre liste, sia per le coalizioni con cui ci alleiamo, l’adozione di un codice etico da parte di ogni candidato, basato su alcuni principi a tutela della moralità pubblica:

– assenza, all’atto della candidatura, di condanne penali anche di I grado o di rinvio a giudizio ,salvo se relativi ai cd.”reati di opinione”o al reato di abuso di ufficio;

– impegno alle dimissioni dall’incarico istituzionale (consigliere – assessore) anche in caso di rinvio a giudizio per i cd. “reati di opinione” o per il reato di abuso d’ufficio;

-impegno ad evitare,nell’ambito della propria attività istituzionale, ogni possibile conflitto d’interessi.

Va riproposto, infatti, il problema della certezza che sul piano penale e morale in senso lato non vi siano dubbi, neanche come ombre, sulle figure chiamate a rappresentare i cittadini e in secondo luogo che la pratica quotidiana del lavoro rispetti questi principi di base.

Una delle forme attraverso cui si può avere la ragionevole certezza dell’esclusione di ogni interesse privato è quella, di berlingueriana memoria, del distacco dalla gestione dei casi concreti: al potere politico l’indirizzo, sarà la burocrazia a trasfondere in atti singoli e nei casi specifici criteri dettati dalla politica come Indirizzi, generali, astratti e uguali per tutti.

Non basta chiedere, amministratori con le “mani pulite”; si tratta di mettere in campo regole trasparenti di gestione che rendono impossibile, o quanto meno molto difficile, per gli amministratori praticare comportamenti moralmente riprovevoli; pensiamo a criteri per le nomine, a limitazione delle trattative private, sia per affidamenti di opere che di servizi, all’assoluta limitazione delle consulenze e del ricorso a dirigenze esterne e, comunque, mediante bandi di evidenza pubblica, onde reperire reali esperti.

ENTI LOCALI CONTRO LA CRISI

Abbiamo più volte constatato negli ultimi mesi come la portata della crisi economica abbia determinato un arretramento senza precedenti nella storia rispetto alle conquiste date fin qui per scontate, un arretramento violento che, in poche settimane, ha riportato il mondo, l’Europa e l’Italia, a prendere atto di licenziamenti di massa, della precarizzazione dell’esistenza dei cittadini e dell’esclusione di ogni diritto: aumento vertiginoso della cassa integrazione e della disoccupazione, endemicità del precariato e crescita della povertà in fasce sempre più diffuse della popolazione.

E’ perciò fondamentale che nelle piattaforme programmatiche per il governo delle Province e dei Comuni ci siano punti chiari:

1- è necessario creare d’intesa tra Comuni, Province e Regioni, fondi di solidarietà per i lavoratori in cassa integrazione finalizzati sia all’anticipazione delle spettanze sia a misure di solidarietà e di sostegno alle lotte.

2- nessun aumento delle tariffe dei servizi (asili nido- refezione etc) e previsione di una fascia di esenzione o del suo ampliamento per le famiglie monoreddito dei lavoratori con un reddito netto inferiore ad E 15.000 l’anno.

3-SOSPENSIONE delle RATE dei MUTUI per la prima casa,attraverso convenzioni con gli istituti di credito,per il periodo previsto di cassa integrazione dei lavoratori del territorio,e senza oneri per i beneficiari dell’allungamento della durata del mutuo stesso.

4- difesa del potere d’acquisto dei redditi più bassi, favorendo l’iniziativa dei GAS (Gruppi d’acquisto solidali) e dei GAP (Gruppi di acquisto popolare) contro il caro vita per i generi di largo e generale consumo, favorendo i mercati su aree pubbliche, concordando con i produttori iniziative promozionali di vendita diretta in un’ottica di accorciamento della filiera e di valorizzazione dei prodotti del territorio, anche attraverso il rilancio dei mercati generali pubblici.

5-accordi con la grande distribuzione affinché, come avviene in molti paesi europei, sui prodotti deperibili a fine giornata vengano operati degli sconti, vengano fatti sconti ai pensionati sociali, vengano rilanciati gli enti comunali di consumo, si istituiscano degli osservatori locali sui prezzi cui partecipino organizzazioni di consumatori e realtà locali.

6- esenzione dai pagamenti per i servizi pubblici locali per i giovani disoccupati, precari o comunque provenienti da famiglie a basso reddito.

7– attente verifiche fiscali su chi accede ai servizi locali a domanda individuale per evitare che chi più evade, e quindi meno contribuisce al mantenimento di quei servizi, sia favorito nell’accesso agli stessi.

Discriminante per l’adesione ad intese ed alleanze è, quindi, prima di ogni altra cosa, che tutte le scelte siano ispirate a questi criteri di fondo.

AUTONOMIA FINANZIARIA E GESTIONE DELLE RISORSE

Con la manovra estiva (legge Tremonti 133), e poi con la finanziaria si è definito un taglio gigantesco, che non ha paragone con analoghe misure degli scorsi anni, che per il solo 2009 prevede una riduzione di trasferimenti di 3150 milioni di euro (1500 alle Regioni, 310 alle province e 1340 ai comuni) che assumono proporzioni feroci per il 2010 e 2011 (per le province meno 550 milioni per il 2010 e meno 98 per il 2011, per i comuni meno 2350 per il 2010 e meno 4160 per il 2011); con questi numeri gli enti locali hanno avuto grande difficoltà a chiudere i bilanci a meno di non voler subire un ricatto: o si tagliano i servizi per i cittadini, magari anche privatizzando beni pubblici o si esce dal patto di stabilità, subendone le sanzioni successive. Peraltro il decreto 154, che affronta il problema dei mancati introiti dell’ICI, non è stato sufficiente a mutare questo nostro giudizio drastico per l’inadeguatezza delle risorse previste rispetto alla reale perdita di gettito dei comuni: 260milioni per il 2008 e 434 per il 2009 a fronte di un mancato introito di oltre 3000 milioni, a causa della demagogica iniziativa di non voler prevedere – come da noi proposto – l’esenzione dell’ICI per la prima casa solo per i redditi più bassi ed attraverso uno strumento di detrazione fiscale; tale normativa, peraltro, è assai grave anche nel merito sia sottraendo le risorse dal FAS (fondo per le aeree sottoutilizzate del mezzogiorno) sia prevedendo un ambiguo “accertamento convenzionale”, un palliativo che ha permesso in molti casi la chiusura dei bilanci di assestamento ma che, soprattutto nei comuni più virtuosi, sta determinando per il 2009 un “avanzo di amministrazione” che i comuni non possono spendere, ai sensi delle norme vigenti sul patto di stabilità. Si è consumato insomma, con questi provvedimenti un gravissimo attacco all’autonomia finanziaria dei comuni e degli enti locali, che contrasta, peraltro, in maniera evidente, con la fretta demagogica con cui è stato approvato il disegno di legge-delega Calderoli sul federalismo fiscale, senza aver prima definito le funzioni proprie dei comuni e delle province e la certezza dei diritti per tutti i cittadini.

Si delinea, in sostanza, una subordinazione della finanza degli enti locali alla finanza nazionale penalizzando gli investimenti e le scelte degli enti locali, soprattutto quando tali scelte rispecchiano i bisogni dei cittadini.

Un importante obiettivo di lotta è, quello di costruire una iniziativa degli amministratori e dei cittadini per una radicale modifica dell’attuale configurazione del “patto di stabilità”, prevedendone un allentamento soprattutto per quanto concerne la spesa sociale e gli investimenti. Noi riteniamo che vada messa profondamente in discussione la logica stessa del patto di stabilità interno, come ridefinito dalle recenti finanziarie, all’interno del rigore monetarista dei parametri di Maastricht.

L’obiettivo del pareggio tra debito pubblico e PIL previsto per il 2011 dagli accordi europei ed i relativi saldi percentuali fissati annualmente dalle “finanziarie”, vanno rimodulati alla luce della drammatica crisi, tenendo conto che il calo della produzione e dell’occupazione rende più drammatico il costo sociale di una politica di risanamento solo monetaria dei conti pubblici, rispetto all’esigenza di equità sociale e di rilancio dei consumi interni.

In questo quadro servirebbe rilanciare l’INTERVENTO PUBBLICO in economia ridiscutendo il parametro del rapporto fra debito pubblico e PIL sotto il 2,5%, prevedendone l’innalzamento almeno di un punto. È possibile in questo modo investire i 15 miliardi sopravvenienti, equivalenti ad un punto di PIL, per la detassazione dei salari a partire dai redditi più bassi e per finanziare l’estensione della cassa integrazione a tutti i lavoratori (portandola all’80% dello stipendio) con relativo obbligo del mantenimento del posto di lavoro e l’istituzione di un salario sociale per tutti i disoccupati; una politica che a differenza dell’assegno di disoccupazione proposto dal PD, punti al mantenimento del rapporto di lavoro per tutti i lavoratori e col salario sociale crei le condizioni dell’inclusione sociale di giovani, precari e disoccupati.

Fermo restando il nostro impegno a contrastare la politica dei tagli e di controriforma degli enti locali del Governo della destra, noi proponiamo anche a legislazione vigente anche alcune scelte prioritarie in materia di bilancio e di politica finanziaria di enti locali tese a rendere praticabile la tutela nei bilanci delle esigenze dei ceti più deboli e per non essere quindi costretti a tagliare politiche sociali o aumentare tariffe dei servizi.

In particolare proponiamo di lavorare sulle entrate correnti:

ICI. Visto che i comuni non percepiscono più, a partire dal 2008, l’entrata proveniente dalla prima casa è possibile tuttavia intensificare l’azione relativa alla evasione-elusione, sia per quanto riguarda gli altri immobili soggetti ICI, sia per gli ex fabbricati rurali, sia per quanto riguarda le prime case e assimilati in relazione agli anni pregressi (2004-2007).

IRPEF. Pur considerando ambigua e propagandistica la norma che prevede la partecipazione degli EELL all’accertamento su evasione/elusione Irpef, che riconosce al comune collaborante il 30% della somma dell’accertata evasione, è possibile, tuttavia, utilizzare tale norma per aumentare le entrate, puntando soprattutto ad accertamenti antielusivi.

Sponsorizzazioni. Sono indispensabili per molte iniziative, soprattutto di carattere culturale e di educazione ambientale. È importante però lavorare a predisporre un apposito regolamento che ne preveda tipologie, limiti, criteri, esclusioni rendendo obbligatorio che esse siano legate a bandi pubblici per evitare rapporti discrezionali fra pubbliche amministrazioni e privati.

Si può inoltre lavorare sulla riduzione della spesa corrente con precisi indirizzi politici:

Ridurre al massimo le consulenze e gli incarichi, valorizzando il più possibile le risorse interne, riducendo o se possibile azzerando le progettazioni affidate all’esterno, riducendo convegni, seminari, eventi, feste, ecc.. non strettamente necessari.

Spese di rappresentanza e collegate. Riduzione delle spese di staff. Meno pranzi di lavoro, meno missioni, meno macchine blu o convenzioni con autonoleggi stimolando invece l’uso dei mezzi pubblici, utilizzo sobrio dei cellulari di servizio.

Razionalizzazione dei Contributi. Verificare chi sono i soggetti che li percepiscono, valutare da quanti settori li percepiscono e limitarsi a quelli produttivi di reali effetti sociali e/o culturali e che abbiano comunque ricadute positive.

Risorse umane. In questa ottica, va posta una grande attenzione alla macchina amministrativa degli enti locali, contrastando la cultura brunettiana che individua i pubblici dipendenti come fannulloni improduttivi, per puntare ad una privatizzazione di funzioni pubbliche e all’esternalizzazione di numerosi servizi.

Vanno in ogni caso salvaguardati la dignità ed i diritti dei lavoratori, che sono prima di tutto lavoratori subordinati e, poi, anche “risorse umane” degli enti locali.

Non si può condurre la lotta contro il precariato, contestando le scelte economiche dei “padroni”, senza superare il precariato negli enti locali (ed in genere nelle strutture pubbliche collegate come enti e consorzi), rendendo stabili i rapporti di lavoro, soprattutto quelli di lungo corso ed investendo in formazione e qualità dei pubblici dipendenti.

L’obiettivo deve essere quello di una completa deprecarizzazione della P.A., attraverso piani pluriennali di assorbimento delle risorse attualmente a tempo determinato e la conseguente definizione di nuovi servizi stabili a favore dei cittadini.

DEMOCRAZIA E PARTECIPAZIONE

L’innovazione dei meccanismi democratici, determinata dalla sperimentazione di processi partecipativi connessi alla gestione della cosa pubblica, permette il superamento di disuguaglianze tra i cittadini e l’affermazione del principio della trasparenza dell’amministrazione pubblica di fronte ai cittadini.

Il Bilancio Partecipativo, strumento sperimentato, in modo pionieristico dal Municipio di Porto Alegre, e successivamente in tante parti del mondo ed in alcuni municipi italiani, è una delle pratiche partecipative più interessanti e significative.

La modalità di svolgimento del BP non è univoca, ogni realtà territoriale la attua secondo propri criteri, ma esistono, tuttavia, direttrici principali lungo le quali si muovono tutte le sperimentazioni. L’inclusione del cittadino avviene tramite l’istituzione di momenti assembleari (tematici, territoriali) durante i quali avviene il confronto e lo scambio tra tutti gli attori presenti (cittadini, amministratori) in merito a questioni di carattere pubblico. Analogamente a quanto avviene per il bilancio occorre dotarsi di un regolamento per la partecipazione dei cittadini alle decisioni urbanistiche, garantendo ai cittadini stessi strumenti di informazione adeguati, spazi di incontro e discussione.

Il bilancio partecipativo va affiancato e preceduto da strumenti di bilancio più semplici come il bilancio sociale (e come il bilancio ambientale ecc.) che ne assumano l’obbiettivo di fondo: una modalità di definizione del bilancio degli enti pubblici che parta dai bisogni dei cittadini che contribuiscono a definire le priorità nell’uso delle risorse disponibili.

Il bilancio sociale consiste infatti in un rapporto periodico con i cittadini – con forme stabili di comunicazione anche attraverso la rete informatica – che riaccorpi tutte le voci di bilancio per obbiettivi facilmente verificabili dai cittadini (es. opere pubbliche, riqualificazione territoriale e ambientale, politiche sociali, trasporti ecc) ed evidenzi in maniera chiara le risorse necessarie per il raggiungimento di tali obbiettivi, permettendo in questo modo ai cittadini stessi di valutare l’utilità delle opere realizzate e la qualità dei servizi erogati.

In concreto proponiamo di porre al centro delle nostre piattaforme programmatiche:

– impegno dei comuni e delle province a realizzare il bilancio sociale dotandosi di strumenti permanenti di comunicazione con i cittadini;

– destinazione di una percentuale delle risorse del bilancio non vincolate (dall’1 al 2 %) a forme di sperimentazione del bilancio partecipativo;

– costruire laboratori di quartiere per permettere l’informazione e la partecipazione dei cittadini alle scelte urbanistiche.

Non può essere taciuto, però, che negli enti locali, lungi dall’affermarsi di forme di democrazia diretta e di partecipazione, si è innestato spesso negli ultimi anni un progressivo svuotamento delle funzioni, dei compiti e dei ruoli dei consigli comunali e dei consigli provinciali a favore del potere ormai monocratico del Sindaco e delle Giunte.

Si pone, quindi, il tema della modifica della legge 81/93 sull’elezione diretta dei sindaci e presidenti, legge che ha favorito certamente, una maggiore stabilità dei governi locali, ma a danno delle prerogative di rappresentanza democratica dei Consigli, ridotti spesso ad una pura funzione consultiva e spesso privati anche delle competenze effettive in materia di bilancio e di urbanistica.

Noi proponiamo, invece, un nuovo rapporto tra sindaci e presidenti e consigli, un rapporto che valorizzi funzioni, competenze e prerogative dei consigli comunali e provinciali, prevedendo la facoltà statutaria di ampliare le attribuzioni consiliari.

Riteniamo buona base di partenza in questa discussione il Documento dei Consigli Comunali approvato nel corso dell’Assemblea dell’ANCI a Trieste dell’autunno scorso.

Noi contrastiamo, infatti, una concezione che, al contrario, crei nuovi sbarramenti democratici (ridurre il numero dei consiglieri aumenta inevitabilmente la soglia di accesso soprattutto nei consigli comunali più piccoli, con forti rischi sulla democraticità della rappresentanza) ed anche sbarramenti sociali che si determinerebbero escludendo, di fatto, i consigli comunali dalla discussione su materie come il rapporto con le società che gestiscono i servizi pubblici, o l’adozione dei progetti preliminari sulle opere pubbliche o la convocazione delle conferenze sulla definizione degli accordi di programma.

Va in questo quadro affrontato il tema dei PICCOLI COMUNI inferiori a 5000 abitanti rispetto ai quali non si può accettare che i trasferimenti statali siano basati solo sulla spesa storica e non tengano conto dei reali bisogni dei cittadini. I PICCOLI COMUNI sono in Italia oltre 5000 e va salvaguardato il fatto che essi siano dotati di tutti i servizi minimi essenziali (scuola, poste, presidio sanitario, servizi sociali, ecc) indipendentemente dal costo economico di questi servizi essenziali per i cittadini. Ai PICCOLI COMUNI va garantita pari dignità con gli altri comuni italiani a livello di vivibilità di servizi e di collegamenti con i grandi centri.

In una parola noi contrastiamo quella cultura e quella pratica di governo di cui in questi anni si è abusato e che va sotto il nome di Governance.

La Governance a livello territoriale è servita a:

– de–istituzionalizzare i meccanismi decisionali, rendendo molto più opachi e meno controllabili i percorsi decisionali;

– rendere i privati (ed in particolare lobby con forti interessi privatistici) co – partecipi della costruzione delle decisioni contribuendo ancor di più a privatizzare gli ambiti propri della politica e condizionandone pesantemente le scelte e gli orientamenti;

– coprire, nascondere, confondere i livelli decisionali garantendo loro una sorta di irresponsabilità politica;

– rafforzare i livelli esecutivi o addirittura i livelli monocratici (Sindaci e Presidenti) rendendoli centrali nella costruzione delle rete relazionali e decisionali che informano la governance.

RUOLO PROVINCE E NOSTRE PROPOSTE

In questo quadro riteniamo decisivo che si definiscano le funzioni fondamentali delle Province, nel rispetto dei Principi degli articoli 118 e 119 del titolo V della Costituzione, anche al fine di finanziare “ integralmente le funzioni pubbliche attribuite” prima dell’attuazione del disegno federalista.

Come PRC riteniamo, quindi, che si debba considerare chiuso l’annoso dibattito sull’inutilità delle Province e le demagogiche campagne sui loro costi e lavorare, invece, in positivo, a definire per le stesse una funzione fondamentale di pianificazione economica e territoriale di area vasta, anche per permettere un livello di coordinamento dei 5.740 Comuni italiani inferiori ai 5.000 abitanti, che rappresentano una caratteristica peculiare ed una ricchezza dell’Italia .

Proprio per salvaguardare questo ruolo di intervento di area vasta e di ente intermedio tra Regioni e Comuni ci siamo opposti in questi anni alla proliferazione di nuove e piccole province, la cui configurazione territoriale non fosse storicamente e culturalmente definita e pretendiamo che le Regioni conferiscano alla Provincia tutte le deleghe previste in particolare in materia urbanistica, ambientale, di assetto idrogeologico di edilizia scolastica e di politiche per la formazione e per il lavoro.

Una provincia che rispetti i compiti ad essa assegnati, con un programma di governo chiaro e preciso, può essere l’unica istituzione che può agire su scala intermedia (quindi senza le diseconomie di scala dei piccoli e medi comuni), e soprattutto sostituendo alla farraginosità burocratica dell’amministrazione regionale una più efficace azione amministrativa e di programmazione.

La Provincia deve prioritariamente agire su alcuni terreni privilegiati della nostra azione politica come la salvaguardia del ruolo pubblico nella proprietà, nella gestione e nell’erogazione dei servizi; la tutela e salvaguardia del territorio e dell’ambiente attraverso l’attività programmatrice e di pianificazione introdotta dall’importante strumento dei piani di coordinamento territoriali (PTCP); la gestione del territorio, per introdurre una visione più armonica che sappia valorizzare le diversità di vocazione; la materia del lavoro e della formazione professionale combattendo il lavoro nero, impegnandosi per la sicurezza sul lavoro, riorganizzando i centri per l’impiego ed orientando il sistema della formazione professionale verso le fasce più deboli.

Affrontiamo da ultimo, la questione della partecipazione democratica alle decisioni, sottolineando – ancora una volta – che, essendo la Provincia l’ente di programmazione territoriale più vicino ai cittadini, essa deve diventare il luogo privilegiato per creare quella rete di rapporti fra istituzioni, associazioni, sindacati, attraverso un’attività di consultazioni, di co-pianificazione, di partecipazione progettuale, che rischia di essere vanificata sulla scala ampia dell’attività regionale o mortificata dal settorialismo municipalista dei singoli Comuni.

BENI PUBBLICI E LOTTA ALLE PRIVATIZZAZIONI DEI SERVIZI PUBBLICI LOCALI

E’ nota la nostra battaglia sul tema della lotta contro la privatizzazione dei servizi locali, battaglia che ha avuto il punto più significativo in particolare nella mobilitazione popolare per l’acqua pubblica e che si è concretizzata durante la nostra esperienza di maggioranza nel governo Prodi nel contrasto alla prima versione del Ddl Lanzillotta, che, di fatto, obbligava gli Enti locali alla privatizzazione dei soggetti che gestivano acqua, gas, trasporti pubblici etc.

E’ fondamentale coinvolgere in questa battaglia sui territori i cittadini, i comitati e forum per l’acqua, le associazioni per il Nuovo Municipio e tutti i soggetti che in questi anni hanno costruito dal basso pratiche partecipative locali.

La sfida principale ovviamente rimane quella della ripubblicizzazione del servizio idrico.

E’ evidente, quindi, il tentativo di regalare alle multinazionali, ed in generale ai gruppi privati con forti componenti finanziarie, il ricco e garantito settore dei servizi pubblici.

Il governo Berlusconi con la legge 133/2008 all’art. 23 bis ha legiferato, ovviamente, in un’ottica di privatizzazione (riprendendo, di fatto, l’originaria impostazione del decreto Lanzillotta) e relegando la gestione diretta in house a situazioni marginali “a causa di peculiari caratteristiche economiche, sociali, ambientali etc. del contesto territoriale di riferimento che non permettono un efficace utile ricorso al mercato”,situazioni, peraltro, assurdamente subordinate ad un parere vincolante dell’autorità garante della concorrenza che, di fatto, limita l’autonomia di scelta dell’ente locale.

Il 23 bis, infatti, prevede, per la gestione dei servizi pubblici locali, come regola generale ordinaria la messa a gara degli stessi e quindi la privatizzazione.

A legislazione invariata vanno comunque utilizzati tutti gli strumenti normativi ed amministrativi ammessi per conseguire gestioni interamente e propriamente pubbliche dei servizi pubblici locali.

Il 23 bis, infatti, è costretto a riconoscere che gli enti locali possono ricorrere a forme di gestione dei SPL alternative alla messa a gara purché nel rispetto di quanto previsto dalla normativa comunitaria.

Proprio a livello comunitario (solitamente citato da chi pretende di imporre come soluzioni inevitabili le privatizzazioni e le liberalizzazioni) si trovano gli elementi normativi a sostegno di una forma di gestione dei SPL integralmente pubblica; si tratta di due principi previsti dalla normativa comunitaria a più riprese confermati dalla giurisprudenza europea:

– il principio di autonomia delle autorità pubbliche;

– il diritto delle autorità pubbliche di ricorrere alla “auto produzione” dei servizi da erogare ad una comunità.

La nuova normativa, si applica a tutti i SPL senza le precedenti distinzioni (gas, energia e trasporti). Oggi, siamo nelle condizioni, seppur difficili, sul piano politico e su quello amministrativo, di proporre una gestione integralmente e propriamente pubblica di tutti i servizi pubblici locali costruendo aziende pubbliche in grado di gestire l’intera gamma dei SPL (acqua, rifiuti, gas – energia, TPL).

Con l’utilizzo della formula “gestione integralmente e propriamente pubblica” dei SPL si intende una forma gestionale che non ricorre agli strumenti del diritto privato ma a quelli di diritto pubblico così come previsto anche nella proposta di legge di iniziativa popolare sulla riappropriazione pubblica dell’acqua, laddove si parla di gestione attraverso enti di diritto pubblico.

Al fine di affermare l’obbiettivo della GESTIONE PUBBLICA dei SPL vanno necessariamente previsti cospicui investimenti pubblici (europei, nazionali,regionali) per ottenere, a partire dall’acqua la proprietà pubblica delle reti, oltre che della gestione, tenendo conto che nessun comune italiano è in grado da solo di sostenere i costi di tale ripubblicizzazione dei SPL ed i necessari investimenti.

Sulla tematica dei SPL, insomma, è per noi discriminante assoluta, nei nostri rapporti di coalizione e nella definizione dei programmi, individuare le vigenti modalità di gestione dei vari servizi, pretendere un impegno a non procedere a nuove privatizzazioni se già avviate in alcuni servizi e definire un percorso per la ripubblicizzazione di tutti i servizi a partire dall’acqua individuando tempi e strumenti per tale percorso . Va in ogni caso prevista l’individuazione di strumenti di partecipazione e di controllo dei cittadini utenti sulla qualità e le tariffe dei servizi erogati.

ISTRUZIONE E DIRITTO ALLO STUDIO

Il sistema dell’istruzione è una risorsa fondamentale per la crescita della comunità locale. Le scuole vanno valorizzate come centri di promozione umana e culturale, di aggregazione sociale e di partecipazione democratica. Al fine di favorire l’accesso al sapere dei cittadini e delle cittadine, con prioritaria attenzione per le fasce sociali deboli e a rischio di abbandono scolastico, è necessario promuovere una serie di interventi che diano centralità alle politiche della conoscenza nella dimensione locale. La legge 133 dell’agosto scorso nonché la trasformazione in legge del famigerato decreto Gelmini attraverso un forte taglio delle risorse da destinarsi proprio alla scuola dell’obbligo,hanno apportato diverse novità per quanto riguarda la scuola primaria e secondaria di primo grado, oggetto di interventi da parte dei comuni, nonché nella scuola secondaria per la quale sono previste notevoli modifiche e accorpamenti tra indirizzi.

La prima questione che dovrà essere affrontata è quella relativa agli spazi scolastici, poiché la normativa prevede un innalzamento del numero di alunni per classe per i prossimi anni. Le Province, per quanto riguarda gli edifici scolastici sede di istituti di istruzione secondaria, e i Comuni per quanto riguarda gli istituti comprensivi (scuole dell’infanzia, scuole primarie e secondarie di primo grado) dovranno attivarsi per dare risposte concrete elaborando piani per l’edilizia scolastica con l’obiettivo della sicurezza, e dell’innovazione al fine di creare spazi moderni, adeguati (palestre, laboratori, mense) al passo con i tempi e funzionali ad una scuola in cui l’alunno sia parte attiva e protagonista.

La seconda riguarda il tempo scuola ridotto dalla Gelmini con la riduzione dell’orario scolastico alla primaria, la sostanziale scomparsa del tempo prolungato alle medie, il tentativo di limitare le classi a tempo pieno, in un momento in cui continua a crescere la richiesta di un tempo scuola più lungo, date le difficoltà che hanno genitori che lavorano, a gestire l’attività scolastica pomeridiana dei figli. E’invece ormai evidente la richiesta di orari più lunghi, viste le iscrizioni già avvenute (che denotano una sonora bocciatura della legge Gelmini da parte delle famiglie) e dovranno essere le amministrazioni comunali a farsi carico di ciò, senza che questo si ritorca in un aumento di costi a carico delle famiglie stesse.

A seguito poi della prevista chiusura dei plessi scolastici con un numero di alunni inferiore a 50, quindi nelle frazioni, avverranno aggregazioni, fusioni e soppressioni di scuole: queste operazioni, condotte secondo una logica “ragionieristica”, impoveriranno i territori ed i Comuni dovranno sostenere le comunità nella difesa della loro scuola e assicurare un maggior servizio per quanto riguarda soprattutto i trasporti scolastici, senza che questo vada ad aumentare le tariffe.

Terza questione: la riduzione del numero degli insegnanti e delle compresenze comporterà una riduzione di ore a disposizione delle istituzioni scolastiche, ore che oggi vengono usate per attività di recupero per gli alunni più in difficoltà o per corsi di alfabetizzazione per alunni stranieri, che in questo modo perderanno il sostegno necessario per essere inseriti nelle classi adeguate alla loro età o al percorso di studi affrontato nel loro paese (naturalmente da bocciare ogni richiesta di finanziamento delle cosiddette “classi ponte”). La promozione di politiche mirate all’inserimento di studenti stranieri dovrà avvenire anche attraverso l’organizzazione di funzioni di mediazione culturale.

Saranno le amministrazioni che, all’interno dei Piani per il diritto allo studio, dovranno fornire risorse alle scuole perchè possano continuare ad effettuare gli interventi nei confronti dei ragazzi che hanno maggiori necessità. prestando particolare attenzione anche all’integrazione dei soggetti disabili. I comuni dovranno provvedere a garantire l’accesso alle istituzioni scolastiche da parte dei disabili anche attraverso la fornitura di servizi di trasporto speciale, di materiale strumentale e didattico e di personale specializzato.

Quarta questione, la realizzazione di Scuole dell’infanzia e di Asili nido pubblici, i quali devono essere considerati un servizio per la collettività e quindi dovranno essere accessibili a tutti anche alle famiglie con un basso reddito. Va esclusa, a maggior ragione in un momento in cui vengono ulteriormente tagliati i finanziamenti alle scuole pubbliche, la possibilità di prevedere finanziamenti comunali per l’istruzione privata(abbondantemente finanziata con contributi statali e talora regionali).

URBANISTICA E PROGRAMMAZIONE TERRITORIALE

Altro nodo programmatico decisivo è per noi il territorio, inteso come patrimonio di beni e risorse materiali ed immateriali da tutelare e valorizzare. Dobbiamo opporci con forza alla proposizione di modelli di sviluppo fondati sulla speculazione territoriale, tanto in termini di urbanizzazione edificatoria quanto di insediamenti produttivi inquinanti.

Occorre spezzare in particolare quella catena perversa che unisce il finanziamento della spesa corrente ed i proventi pubblici (cd. oneri di urbanizzazione) che derivano dallo sfruttamento e dalla monetizzazione del territorio. Punto di importanza fondamentale per il futuro delle città e dei territori è quello della programmazione urbanistica. E’ evidente che il governo di centro destra intende promulgare la fine del governo pubblico del territorio, la sua irreversibile privatizzazione, la resa senza condizioni agli interessi fondiari.

Per contrastare in maniera adeguata ed efficace la nefasta prassi dell’urbanistica “contrattata”, vanno individuati adeguati strumenti finalizzati a restituire significato e cogenza agli strumenti di programmazione pubblica del territorio e dei suoi usi:

– una precisa normativa sulle destinazioni d’uso dei suoli che definisca con precisione e rigore quello che si può realizzare in un determinato comparto e con quali modalità;

– una altrettanto rigorosa e precisa definizione della parte più propriamente normativa degli strumenti di programmazione del territorio ( Norme Tecniche di Attuazione ecc..);

– il rigetto della prassi di ricorrere alla monetizzazione delle aree standard: per ogni intervento urbanistico va garantita la cessione al Comune delle aree standard dovute;

– il rigetto della prassi di ricorrere allo scomputo degli oneri di urbanizzazione che devono essere pagati al Comune evitando che i privati realizzino direttamente le opere in scomputo oneri;

– la limitazione del rimando a piani speciali per l’attuazione del piano regolatore generale. In genere si tratta dei cosiddetti “programmi o piani complessi” (P.I.I., P.R.U. ecc…) che nella maggior parte dei casi introducono varianti e deroghe molto pesanti al piano generale e sono gli strumenti prediletti per l’attuazione dell’urbanistica contrattata;

– la riconduzione al consiglio comunale dell’esame preventivo di ogni accordo di programma o protocollo d’intesa avente ad oggetto il territorio e le opere pubbliche.

Occorre proporre un modello che, parta dal riconoscimento del primato del Piano (non è così scontato come può sembrare) e attraverso un approccio capace di riconoscere l’esigenza di strumenti di scala appropriati al fine di superare una concezione di sussidiarietà distorta, spesso banalizzata da una lettura sbagliata della possibilità, prevista dalle Leggi regionali, di autoapprovarsi i Piani.

E’ necessario garantire un controllo delle trasformazioni anche alla scala edilizia, attraverso il Regolamento Edilizio che ha lo scopo qualificare e classificare il patrimonio immobiliare incentivando l’uso di tecnologie ecocompatibili capaci di migliorare la qualità dell’abitare oltre che ridurre i consumi energetici, idrici etc.

Attraverso i regolamenti edilizi va ovviamente contrastata la nuova normativa sulla casa portata avanti dal Governo Berlusconi che rischia di legalizzare un vero e proprio saccheggio edilizio e del territorio prevedendo la possibilità di aumentare del 20% le cubature di edifici residenziali e commerciali in deroga ai piani regolatori. Come Rifondazione Comunista pensiamo che questa sostanziale liberalizzazione dell’abusivismo edilizio avrebbe effetti devastanti sul territorio. Pertanto mentre siamo impegnati a livello politico e di movimento a contrastare questo presunto piano casa della destra, riteniamo fondamentale che nei nostri programmi elettorali si preveda l’inserimento nei regolamenti comunali di norme tali da tentare di annullare o ridimensionare gli effetti catastrofici di questo tentativo speculativo di saccheggio del territorio.

UNA NUOVA POLITICA ABITATIVA

E’ in questo contesto che deve essere programmata una nuova stagione per l’affermazione del diritto alla casa ed il rilancio dell’edilizia residenziale pubblica.

IL “DISAGIO ABITATIVO” Il governo Berlusconi ha cancellato i finanziamenti della legge nazionale n°9/2007 sul disagio abitativo in sostegno alle categorie deboli, da noi fortemente voluta, che predisponeva strumenti tesi ad affrontare l’emergenza costruendo al tempo stesso la base di partenza per interventi strutturali di una nuova politica del diritto alla casa.

In particolare le nostre proposte sul tema riguardano:

– abolizione del canale libero dei canoni per le abitazioni, e rafforzare la trattativa sindacale territoriale per il canone concordato;

– obbligo all’affitto a canone sociale e sostenibile per gli alloggi delle grandi proprietà pubbliche;

– certezza del diritto al sostegno all’affitto (garantendo il contributo stabile per tutto il periodo del contratto di locazione), anche attraverso finanziamenti regionali e comunali, per sostenere le famiglie che hanno difficoltà a corrispondere lo stesso il canone concordato;

– definire un finanziamento (almeno l’1% della fiscalità generale stato, regioni, enti locali) per la politica sociale della casa, utilizzando le entrate provenienti dal patrimonio immobiliare;

– bloccare tutti i progetti di dismissione del patrimonio statale ed ERP, e recupero del patrimonio fatiscente inutilizzato;

– partecipare con fondi statali ed europei, attraverso la Conferenza Stato – Regioni ai processi d’acquisto e ristrutturazione nei centri storici, per allargare il patrimonio pubblico o misto e gli affitti socialmente sostenibili, sperimentare ed incentivare l’autocostruzione e l’autorecupero, anche con proprietà pubblica o mista degli immobili pubblici e privati, abbandonati e degradati, favorendo, a tal fine, la costituzione ed il sostegno di cooperative di nativi e migranti;

– rivedere il ruolo della cooperazione ai fini dell’acquisto e della locazione a canone sociale o concordato, stabilendo una strategia sinergica per favorire nuovi interventi di riqualificazione urbana di reale utilità sociale;

– prevedere interventi per la difesa e l’incremento della residenza nei centri storici, contrastando i fenomeni d’espulsione speculativa;

Occorre inoltre assumere impegni immediati tra l’emergenza e la programmazione abitativa:

– Iniziative umanitarie per offrire una sistemazione ai senza tetto.

– Estendere la tutela verso le famiglie colpite da sfratto per morosità incolpevole, come recentemente previsto dalla legge regionale del Lazio.

– Costruire un vasto schieramento politico\istituzionale per una proposta legislativa di modifica della legge 431\98, e per l’individualizzazione delle risorse per l’edilizia residenziale pubblica a canone sociale e concordato per il diritto all’abitare.

Dobbiamo rivendicare l’istituzione di sportelli informativi (uffici casa) nei comuni dove non ci sono; per affrontare l’emergenza abitativa, occorre costruire come partito centri d’ascolto capaci di fornire indicazioni e sostegno anche legale per contrastare il mercato nero delle locazioni, consulte per il diritto alla casa, aperte alle organizzazioni degli inquilini, ai comitati, alle associazioni dei migranti, a quelle della solidarietà e del volontariato per un tavolo di confronto permanente sulle politiche abitative, favorire Picchetti anti-sfratto per difendere gli inquilini.

DIFESA DELL’AMBIENTE

Il territorio va poi difeso con una costante opera di manutenzione capace di mantenere efficienti i sistemi di difesa idraulica, di coordinare le competenze e le conoscenze sulla gestione delle opere di bonifica, di difesa delle coste dall’erosione.

E’ soprattutto tra i beni naturali che ci sono quei beni comuni che per noi vanno maggiormente tutelati e che devono rimanere proprietà pubblica. Questo e’ l’impegno che rinnoviamo nei nostri programmi:

ARIA. Il Piano di risanamento della qualità dell’aria deve indicare le azioni da intraprendere per concorrere a migliorare su scala locale la qualità dell’aria a partire da alcune scelte significative:

– il miglioramento generalizzato dell’ambiente e della qualità della vita, evitando il trasferimento dell’inquinamento tra i diversi settori ambientali;

– la coerenza delle misure adottate nel piano con gli obiettivi nazionali di riduzione delle emissioni sottoscritti dall’Italia in accordi internazionali o derivanti dalla normativa comunitaria;

– misure serie di lotta all’elettrosmog.

ACQUA. I principi guida nella gestione dei servizi idrici integrati non possono prescindere dalla difesa del carattere pubblico della proprietà e della gestione delle reti oltre che dell’erogazione del servizio e debbono puntare al risanamento dei corpi idrici inquinati, al conseguimento del miglioramento dello stato delle acque, alla diminuzione della dispersione delle reti, al perseguimento di usi sostenibili e durevoli delle risorse idriche con priorità per quelli potabili.

PROTEZIONE DELL’AMBIENTE E BIODIVERSITA’. Il territorio dei comuni italiani costituisce un patrimonio unico per ricchezza di habitat e biodiversità. Tale ricchezza, già tutelata con l’istituzione dei Parchi nazionali e regionali e delle Riserve Naturali, va accresciuta mediante la tessitura di vere e proprie Reti Ecologiche.

GESTIONE SOSTENIBILE DELLE RISORSE NATURALI E DEI RIFIUTI

La “chiusura del cerchio” della eco-compatibilità si ottiene promuovendo il mercato dei prodotti “ambientalmente preferibili” ovvero dei prodotti che durante l’intero ciclo di vita siano in grado di generare minori impatti sull’ambiente in termini di diminuzione dell’energia e delle materie prime utilizzate, riduzione delle emissioni durante la produzione, minore produzione di rifiuti e riciclabilità.

Il decollo di questo mercato e degli “acquisti verdi” potrà dare uno sbocco alle azioni positive che vanno pianificate nei Piani Provinciali dei rifiuti che debbono contenere alcune scelte di fondo: riduzione della produzione dei rifiuti, aumento della raccolta differenziata, superamento della politica degli inceneritori passando al trattamento a freddo, attivazione della filiera del riciclo e del riuso delle merci.

CAMBIAMENTI CLIMATICI, ENERGIA E IMPEGNI DI KYOTO. L’Italia e’ in clamoroso ritardo nella applicazione del Protocollo di Kyoto. A fronte di un impegno di riduzione del 6,5% rispetto ai valori del 1990, si registra invece oggi un superamento del 12% dei livelli di emissioni nazionali al 1990. In questo contesto di grave ritardo l’Italia sceglie il ritorno al nucleare dopo 20 anni dal Referendum e rischia, oltre alle considerazioni sulla pericolosità di questa tecnologia, di spostare tutte le risorse sul nucleare piuttosto che sulle fonti rinnovabili così come hanno fatto gli altri Paesi europei e come si apprestano a fare gli USA di Obama. Sul nucleare vanno sottoscritti impegni chiari, nella costruzione di alleanze elettorali, perché il Comune e la Provincia dove ci candidiamo siano dichiarati “Territori denuclearizzati” per far nascere dal basso una grande opposizione alla scelta del governo.

La scala locale non e’ certamente risolutiva degli impegni gravanti sull’Italia ma vanno praticate anche a questo livello tutte quelle iniziative, anche piccole, che, se diffuse in tutto il territorio nazionale, possono contribuire anche in maniera significativa al contenimento delle emissioni dei gas climalteranti, che sono oggi senza alcun dubbio da tutti individuate come la principale causa degli stravolgimenti meteorologici che determinano conseguenze disastrose sui territori:

– illuminazione non residenziale negli Enti Pubblici adottando le caratteristiche di utilizzo di energie rinnovabili fissate dal programma europeo GreenLight;

– incentivare l’adozione di sistemi di riscaldamento radianti a bassa temperatura;

– potenziare e qualificare l’offerta del trasporto pubblico:traffic calming, per limitare la velocità per rendere compatibili i flussi di traffico veicolare e quelli non veicolari (pedoni, ciclisti);car pooling per promuovere l’aumento del coefficiente di occupazione dei veicoli ecc.;

– valorizzazione del ruolo del mobility manager, specialista nell’ottimizzazione degli spostamenti sia a livello comunale che provinciale;

– promozione dell’uso della bicicletta (bici al seguito sui trasporti pubblici e creazione di piste ciclabili);

AGRICOLTURA

E’ necessario sollecitare, ove non sia stato già fatto, che le Regioni attuino le deleghe nei confronti delle Province in materia di politiche agricole.

Bisogna ricominciare a ragionare seriamente su un modello agricolo che sia in grado di rappresentare un’alternativa alla speculazione edilizia nonché alla disoccupazione, all’emarginazione sociale, all’abbandono delle zone interne, alla povertà crescente, che ponga con forza la questione della qualità dei prodotti, legata al lavoro, alla tipicità, alla territorialità e tracciabilità.

Devono essere incrementate, le attività agro silvo pastorali e artigianali tradizionali, incentivando le produzioni locali e l’occupazione, anche attraverso la valorizzazione delle terre pubbliche,comunali favorendone la gestione attraverso attività eco compatibili (ad es. agricoltura biologica – recupero del patrimonio naturale ed architettonico locale – educazione ambientale –educazione al gusto, agricoltura sociale);

I Comuni di concerto con le organizzazioni professionali agricole, i sindacati, le associazioni ambientaliste e dei consumatori possono costituire sul proprio territorio farmer market o mercati contadini di vendita diretta di prodotti agricoli legati al territorio, accorciando la filiera con incremento di reddito per i produttori e risparmio economico e aumento della qualità per i consumatori.

I Comuni devono incrementare nelle mense di propria competenza l’utilizzo di produzioni biologiche e possibilmente legate al territorio.

Con apposita delibera, i Comuni devono dichiararsi liberi da O.G.M.

ATTIVITA’ PRODUTTIVE E TURISMO

L’artigianato e la piccola impresa devono essere integrate in un concetto di valorizzazione del patrimonio territoriale, le stesse specificità locali devono concorrere ad una politica di sviluppo responsabile che crei valore aggiunto per l’insieme del territorio facendo sì che le stesse aziende portino un valore aggiunto a tutta la comunità.

Uno strumento che i Comuni possono utilizzare è il recupero e il riuso di medie e grandi aree industriali dismesse; una politica comunale che favorisca l’insediamento di imprese artigiane legate alle specificità socio-culturali del territorio può essere un modo per usufruire di aree che troppo spesso finiscono in mano alla speculazione. Per lo sviluppo produttivo ed occupazionale di artigianato e piccola impresa non è sufficiente la disponibilità di aree , ma necessitano di fattori e condizioni favorevoli. Le Istituzioni e, fra queste, in primo luogo i Comuni devono impegnarsi per contribuire a costruire:

territori organizzati capaci di produrre risorse, e opportunità;

moderne infrastrutture, aree produttive munite di servizi, una formazione adeguata per vincere le sfide dell’innovazione, un credito disponibile e accessibile, sistemi scolastici rispondenti alle esigenze di cambiamento ecc.

assistenza alle aziende in tutte le fasi del loro sviluppo

collaborazione proficua e controllo dei risultati in termini sociali dell’insediamento e della crescita delle aziende stesse.

La spinta della grande distribuzione alle aree di pregio e strategiche è pressoché uniforme in tutto il territorio nazionale. E’ tuttavia possibile utilizzare gli strumenti di programmazione urbanistica e commerciale per impedire o limitare la devastazione del tessuto economico, territoriale, urbano e sociale.In assenza di politiche e strumenti validi, le piccole attività commerciali sono messe a dura prova con la tendenza ad una lenta ma progressiva riduzione.

Al fine di garantire la presenza delle piccole attività commerciali e di artigianato tipico locale soprattutto nei centri storici e nelle periferie e per contribuire a difendere posti di lavoro, vanno proposte iniziative tese a ottenere:

incentivi fiscali e tariffari per l’apertura di esercizi di piccola e media distribuzione, soprattutto quella specializzata;

obbligo per i comuni di formulare negli strumenti urbanistici di settore, cioè nei Piani delle attività commerciali, norme specifiche per il commercio;

sostegno alle iniziative del commercio equo e solidale gestito da organismi o soggetti senza fine di lucro, riconosciuti formalmente;

offerta di spazi diffusi e certi per il commercio ambulante e per il realizzarsi di mercatini autogestiti dalle associazioni dei migranti e rom;

monitoraggio permanente da parte dei Comuni sul proprio territorio del “fenomeno” caro-prezzi.

TURISMO. Nel turismo italiano, negli ultimi anni, le cose non vanno più tanto bene. La domanda domestica è ferma. La domanda straniera cala. La voglia degli Italiani di andarsene a fare vacanze all’estero aumenta sempre. E’ impensabile che si possa riguadagnare competitività solo con le politiche di sostegno alle imprese, adatte alle crisi di tipo congiunturale e ai settori che producono merci. Perciò, per affrontarla sistematicamente, sono indispensabili approcci, che tengano conto delle reali e complessive connotazioni del fenomeno. Il turismo si vende nel medesimo luogo in cui si produce. Il territorio e l’ambiente in cui esso si produce sono elementi strutturali di qualificazione dell’offerta: insomma il turismo è un settore produttivo in cui l’utile d’impresa non dipende solo dalla capacità di chi investe ma da fattori pubblici come l’ambiente, le risorse naturali e l’organizzazione del territorio. In Italia, paese di grande varietà di situazioni territoriali atte allo sviluppo dell’offerta turistica, il problema cambia aspetto e connotati ad ogni spostamento sul territorio, a causa delle mille identità che il turismo italiano assume nelle diverse aree del paese. E’ sul piano locale, infatti, che si specializzano le diverse tipologie di turismo (i “turismi”) ed avviene l’assemblaggio e la formazione del prodotto turistico finale, inteso come insieme di beni, servizi, valori ed opportunità che si offrono alla fruizione dei turisti. Ed è sul piano locale che, intorno alla formazione del prodotto, si può realizzare una stretta sinergia tra operatori della sfera pubblica, operatori del mondo imprenditoriale e, talvolta, anche della cittadinanza.

Da queste considerazioni deriva che, per rilanciare una politica di effettivo sviluppo del turismo, non bastano soluzioni parziali e generiche, ma serve un progetto organico.

E’ necessaria una nuova politica nazionale per il turismo. La più recente legislazione turistica nazionale (legge135/2001) ha istituito e disciplinato i sistemi turistici locali (STL) definiti “sistemi produttivi locali, in contesti territoriali omogenei, contrassegnati dalla contemporanea presenza di attrattive turistiche di rilievo e di organizzazioni dedite alla produzione di beni e servizi per i turisti”. “Territorialità“, “intersettorialità” e “qualità” sono i principi di una politica nazionale del comparto che individua le potenzialità dei territori – ambientali, culturali, artigianali dei prodotti tipici – gli elementi di una qualificazione dell’offerta sulla quale devono operare gli enti locali comuni e province in primo luogo. Tali principi non hanno però trovato in questi anni significativa attuazione perché nelle politiche nazionali è prevalsa la parcellizzazione degli interventi, un mancato coordinamento delle politiche di promozione regionali ed un utilizzo a pioggia delle risorse per il turismo, spesso caratterizzato dal finanziamento di progetti faraonici o di “eventi” che non hanno avuto nessun significativo riscontro nell’aumento dell’incoming turistico sui territori o dal puro finanziamento delle imprese senza creare nuova qualità dei sistemi turistici locali e opportune sinergie.

Considerata la centralità del territorio nello sviluppo del turismo è indispensabile una politica locale focalizzata su alcuni priorità:

– pretendere che ciascuna delle istanze superiori, nazionale e regionale, abbia una propria politica-pilota per il turismo e faccia la sua parte per metterla in atto;

– coordinare le regole dell’impegno degli organismi locali e delle rappresentanze imprenditoriali e locali;

– badare alla valorizzazione del territorio di competenza;

– esaltare le proprie attrattive di carattere turistico (culturali, paesaggistiche, folkloristiche, artigianali, enogastronomiche, ecc);

– curare l’accessibilità e la mobilità interna all’area;

– assicurare i servizi civili, vicini alle persone, siano essi cittadini o turisti;

– gestire le proprie tariffe locali con attenzione al fenomeno turistico;

TRASPORTI E MOBILITA’

Il problema dei trasporti è una delle grandi questioni nazionali. In tutti sondaggi emerge come uno dei principali problemi che investono quotidianamente i cittadini. Nonostante ciò le soluzioni sono spesse palliativi (targhe alterne), contraddittorie,( parcheggi in centro), quando non sbagliate come la proliferazione di grandi opere stradali che non fanno altro che peggiorare la situazione di una mobilità fin troppo basata sul trasporto gomma: persone e merci. Così è anche per infrastrutture ferroviarie come la Tav che non è progettata per dare una risposta diretta là dove il problema è più acuto: nelle aree metropolitane e urbane. Per non parlare dell’insensato progetto del Ponte sullo Stretto che somma tutte queste idiozie. Questo modello di mobilità riversa sui cittadini tutti i suoi effetti nocivi: incidenti (9000 all’anno se si contano anche quelli che muoiono per effetto degli incidenti; 250.000 sono i feriti). La strada è diventata un luogo di lavoro (magazzino viaggiante) e molti lavoratori vi trovano la morte. Per quanto riguarda l’inquinamento acustico ed ambientale l’OMS (organizzazione mondiale della sanità) afferma che sono oltre 3000 all’anno i morti prematuri causati dai trasporti. I trasporti contribuiscono per circa il 30% ai gas serra. La stessa attività economica viene danneggiata dalla congestione: la velocità sulle autostrade vicino alle città non supera i 50 km/h:. I mezzi pubblici hanno velocità commerciali basse aumentandone così i costi e il non gradimento da parte dei cittadini. Nelle zone industriali non ci sono quasi progetti per una mobilità pubblica per i lavoratori e un’organizzazione logistica delle merci che diminuisca i camion in circolazione: oggi in larga parte fanno un viaggio vuoto. Le auto ed i camion inquinano anche quando sono fermi in quanto occupano molto spazio. Tant’è che le città, da luogo di vita e di relazione sono diventante un’infrastrutture per l’auto. I trasporti basati sul trasporto su gomma per persone e merci sono dunque ormai insostenibili per i costi umani, sanitari, economici che producono e ricadono su tutta la società.

Bisogna cominciare a cambiare, a cambiare in fretta, a cambiare con determinazione.

Le proposte

1) I cittadini e gli amministratori devono decidere senza alibi prendendo coscienza e conoscenza degli enormi guasti che questo modello di trasporti spande sulla società.

Per questo proponiamo l’introduzione, nell’ambito della programmazione finanziaria pluriennale ed annuale, del Bilancio Sociale e Ambientale per una Mobilità Sostenibile. Tale bilancio deve evidenziare i costi umani, sociali, sanitari, ambientali, economici e gli sprechi che i trasporti producono sul territorio, in modo che nessuno possa prescinderne nel momento delle scelte. In secondo luogo tale Bilancio deve contenere gli obiettivi di cambiamento e le scelte coerenti di carattere finanziario e politico da trasferire nei piani di settore: Piani Urbani di Mobilità (PUM) ed altri strumenti urbanistici; é fondamentale che tale procedimento avvenga in forma partecipata.

Ciò significa che le opere infrastrtturali devono essere valutate in funzione della riduzione dei costi esterni: ambientali e sociali; in buona sostanza le ferrovie e i mezzi pubblici riducono i costi esterni le strade li aumentano. In particolare è importante pensare e progettare le infrastrtture non per dare risposta alla mobilità attuale fondata sul trasporto individuale e su gomma, ma per la mobilità che si vuole cambiare.

2) Nello specifico vanno aumentati in modo progressivo i finanziamenti al trasporto pubblico. Allo stesso va aumentata la velocità commerciale dei mezzi con radicali politiche del traffico migliorando per questa via l’efficacia e la qualità del servizio e riducendo costi e sprechi causati dalla presenza delle auto private. Così va pontenziato il trasporto taxi nelle ore notturne per donne, giovani e lavoratori turnisti con la possibilità di prenderli con un biglietto bus e con rimborso del resto da parte del comune. Al fine di ridurre i costi dei taxi và valuta la possibilità di assicurarli e di prendere benzina con le convenzioni dei comuni medesimi.

3) Attraverso la logistica si deve operare una riorganizzazione complessiva del trasporto merci nelle città e zone limitrofe con l’obiettivo possibile di una riduzione dei camion circolanti del 25% per ognuno dei prossimi due mandati amministrativi.

4) Nelle zone industriali deve esserci il Mobility Manager per organizzare la mobilità pubblica dei lavoratori e la logistica delle merci: il tutto finalizzato alla riduzione delle auto e dei camion in circolazione.

5) E’ necessaria un’integrazione tariffaria fra i vari mezzi. Nei centri delle città dove i viaggi sono sempre brevi proponiamo biglietti ridotti: 50 centesimi per 30 minuti.

6) Ad un servizio pubblico deve corrispondere una gestione pubbliche delle aziende.

7) Al servizio pubblico deve corrispondere un miglioramento della qualità del lavoro: salari, orari, riconoscimento delle malattie professionali, il diritto di sciopero.

8) In tutte le fasi: definizione dei piani, dei contratti di servizi, dei piani orari, si devono attivare percorsi democratici con poteri di indirizzo e controllo esigibili, efficaci e non consultivi.

LAVORO E FORMAZIONE PROFESSIONALE

Come abbiamo già detto la crisi morde ferocemente il mondo del lavoro. I dati sulla disoccupazione sono rivisti costantemente e rapidamente in rialzo. L’Unione Europa è passata da una previsione di 3.5 milioni di disoccupati a oltre 6 milioni. Così accade in Italia; ma il dato significativo è che oltre la metà è donna.

La questione del lavoro è dunque la principale questione sociale e politica. Per il Prc è il primo tema programmatico per le prossime amministrative. Su questo tema è necessario che la politica si rifondi. Su questo tema misureremo le possibili alleanze.

Abbiamo già esposto le nostre proposte generali per la salvaguardia del lavoro, contro i licenziamenti per l’estensione della cassa integrazione e per il salario sociale.

Vogliamo ora individuare il ruolo e le competenze specifiche degli enti locali, in particolare delle province sul tema del lavoro e della formazione professionale da mettere al centro dei nostri programmi e come discriminante per le nostre alleanze.

Va in primo luogo ribadita la priorità della valorizzazione del collocamento pubblico come strumento per perseguire l’obiettivo di un lavoro “buono” stabile e non precario, sicuro e con i diritti.

Infatti a partire dal Decreto Legislativo n. 469 del 23/12/97, il sistema di collocamento viene gestito attraverso le Amministrazioni locali che meglio riescono a soddisfare le esigenze del proprio territorio.

I Centri per l’Impiego si vanno infatti configurando, sempre più, come strutture che offrono “servizi” a maggiore valore aggiunto per i lavoratori e le imprese, riducendo le attività di assolvimento delle pratiche amministrative.

In sostanza ai Centri per l’Impiego spetta il compito di fornire proposte di inserimento lavorativo, formazione e riqualificazione professionale, attuando una strategia di prevenzione contro la disoccupazione giovanile o quella di lunga durata.

Prioritario diventa allora difendere il carattere pubblico di queste strutture dei servizi per l’impiego impegnando le province a contrastare quegli aspetti della legislazione nazionale che impone tagli al personale, o esternalizzazione e precarizzazione, valorizzando esperienze e professionalità formatesi in anni di esperienze con le amministrazioni pubbliche

Come è allo stesso modo decisivo il tema del completamento del decentramento di queste funzioni riguardanti il collocamento pubblico e la formazione professionale dalle regioni alle province, tenendo conto che in molte regioni del sud (Campania e Calabria in primo luogo) tali funzioni restano saldamente in mano alle Regioni.

Una gestione locale e pubblica dell’accesso al lavoro deve porsi alcuni obbiettivi prioritari:

– svolgere un continuo monitoraggio della realtà produttiva locale, individuando le esigenze del mercato del lavoro, favorendo l’incontro fra domanda e offerta;

– favorire un sistema informativo capillare per un primo orientamento al lavoro attraverso la rete degli enti interessati come sportelli “informagiovani”, URP comunali, istituzioni scolastiche, associazioni di categoria, ecc.;

– orientare il sistema della formazione professionale alle fasce più deboli sia dei giovani inoccupati che dei lavoratori espulsi dal processo produttivo individuando soluzioni formative capaci di difendere l’occupazione;

– vanno definiti progetti formativi di inclusione sociale finalizzati a rimuovere le discriminazioni nell’accesso al lavoro delle figure più deboli come i disabili, le donne, i migranti, i precari ed i disoccupati di lunga durata, al sud in particolare;

– va in ogni caso ricercata la finalizzazione al lavoro dei progetti formativi evitando corsi di puro carattere assistenziale o di puro sostegno alle imprese senza nessun impegno all’assunzione dei soggetti formati, come è spesso avvenuto nel sud: l’obbiettivo del sostegno ai redditi, infatti, va realizzato lavorando per l’obbiettivo del salario sociale e non concependo la formazione come forma mascherata e temporanea di sussidio di disoccupazione sprecando in questo modo enormi risorse che alimentano solo il sistema degli enti formativi privati;

– i centri per l’impiego devono contribuire, d’intesa con altre istituzioni, a combattere il lavoro nero e ad aumentare la sicurezza sul lavoro.

In conclusione noi proponiamo che le Province siano protagoniste di politiche attive per il lavoro, definendo buone ed incisive prassi in grado di rappresentare un efficace contrasto alla disoccupazione, soprattutto giovanile e femminile, ed al sottosviluppo, in particolare nel Mezzogiorno, puntando in particolare su temi come il turismo, i beni culturali e la valorizzazioni delle vocazioni del territorio.

DIRITTI DI CITTADINANZA SOCIALE PER UN WELFARE INCLUSIVO E PARTECIPATO.

In questi anni la tendenza strutturale delle politiche neoliberiste è stata caratterizzata dal taglio dei servizi sociali. Questo ha prodotto che i diritti e la loro esigibilità sono divenuti una variabile secondaria rispetto al contenimento della spesa pubblica. Questo occultamento delle questioni sociali ha rappresentato, di fatto, la rimozione dal dibattito politico del principio di eguaglianza sancito dalle costituzioni moderne, la subalternità della politica all’economia, un ritorno al modello liberale dello stato caritatevole, che simula riduzioni di imposte e elargizioni di tessere/punti.

Ma oltre alla volontà politica che il governo delle destre ha manifestato su questo terreno, tagliando i finanziamenti al welfare e investendo viceversa sulle politiche sicuritarie e sulla criminalizzazione dei fenomeni sociali, vanno affrontate le carenze storiche delle politiche sociali del nostro paese.

La stessa legge 328/2000, di riordino dei servizi sociali e la modifica del titolo V della Costituzione, evidenziano limiti significativi sul piano dell’esigibilità e uniformità dei diritti e dei livelli essenziali delle prestazioni, nonché dei servizi che devono essere resi su tutto il territorio nazionale. Occorre ricordare, inoltre, che l’attuale Governo ha nuovamente e drasticamente ridotto il Fondo Nazionale per le Politiche Sociali (FNPS) ed ha annullato fondi per la non autosufficienza, per le politiche di inclusione degli immigrati e per gli asili-nido, azzerando, di fatto, la parziale ma significativa inversione di tendenza sul finanziamento pubblico delle politiche sociali fortemente voluta dal PRC, durante il Governo dell’Unione.

I tagli drastici apportati dal Governo ad enti locali e politiche sociali rischiano, insomma, di compromettere tutto il sistema dei servizi e delle prestazioni sociali. Si vuole smantellare progressivamente lo stato sociale ed il principio costituzionale dell’EGUAGLIANZA a favore di un welfare residuale e caritatevole, ben simboleggiato dall’introduzione della social card.

È necessario contrapporre, a livello locale, un modello universalistico che risponda ai bisogni, vecchi e nuovi, delle persone. Il nostro programma deve caratterizzarsi da una chiara ri-assunzione di responsabilità del pubblico attraverso la sua presenza costante nell’articolazione del sistema di protezione sociale, rifiutando logiche mercantili e l’abuso di esternalizzazioni selvagge. Le stesse realtà del terzo settore, indispensabili nelle politiche del welfare locale, sarebbero facilitate nel loro lavoro di qualità, avendo anche maggiori tutele, se operanti in sinergia con l’ente pubblico e non in sostituzione dello stesso.

Ma presenza pubblica vuol dire anche presenza e partecipazione dei cittadini alle scelte che li riguardano. In particolare, la programmazione dei piani di zona deve essere allargata a tutti i soggetti che compongono la rete sociale, dalle scuole alle associazioni, dalle cooperative alle singole persone ed orientata su alcune priorità:

1) La massima integrazione delle politiche locali del welfare, che vada a contaminare la rete dei servizi sociali, sanitari ed educativi al fine di garantire la presa in carico globale della persona attraverso progetti individualizzati comprendenti la continuità degli interventi da un contesto ad un altro. Diviene prioritario facilitare i percorsi di accesso al sistema, istituendo sportelli unici con professionalità adeguate e aperti a tutti  i cittadini per accoglierli, ascoltarli, informarli ed orientarli;

2) Rispondere ai bisogni delle persone non autosufficienti, dagli anziani alle persone con disabilità, avviando percorsi di deistituzionalizzazione e preferendo la domicialiarità degli interventi. Questo sancirebbe, da una parte, il passaggio dall’esclusione all’inclusione sociale delle persone, dall’altra, un risparmio di risorse assorbite oggi dagli istituti;

3) Ampliare l’intera offerta dei servizi. In particolare, vanno assicurati servizi per l’infanzia, che in Italia superano di poco l’11% rispetto alla domanda, con ripercussioni negative sull’educazione stessa dei bambini e sulle condizioni di vita e di lavoro delle donne, che spesso sono le sole a farsi carico della cura dei propri figli;

4) Impedire il ricorso al massimo ribasso da parte dei comuni per l’affidamento degli appalti, che origina un’offerta scadente e la precarizzazione dei lavoratori coinvolti. È necessario, al contrario, favorire la qualità dei servizi e il rispetto dei rapporti di lavoro nell’ambito delle organizzazioni interessate. Infatti, per noi ripartire dai diritti vuol dire anche ripartire dai diritti di chi lavora nel sociale, che spesso si trova in condizioni di precarietà e formazione inadeguata, pregiudicando la stessa qualità delle prestazioni offerte.

La proposta che avanziamo è, dunque, quella di praticare un’idea alternativa di welfare, che definiamo pubblico e sociale.

Un modello che mette al centro della politica il tema dell’eguaglianza e dei diritti esigibili, l’autodeterminazione dei soggetti deboli e discriminati, la partecipazione dal basso alla programmazione degli interventi del welfare.

Occorre superare tutte le politiche che puntano al finanziamento di strutture familiari basate sul modello tradizionale della famiglia fondata sul matrimonio con provvedimenti di aiuto alla famiglia gestiti in modo privatistico attraverso le politiche di sussidiarietà.

Tali politiche si rivelano di fatto escludenti per le donne (e non solo le donne) che non intendono rifugiarsi entro modelli familistici.

Occorre promuovere una cittadinanza sociale sessuata, che tenga conto della differenza sessuale e che avvii uno scambio tra le differenze culturali tra nativi/e stranieri/e.

Occorre intendere i piani di zona come l’insieme dei progetti di vita delle donne e degli uomini che vivono sul territorio, dalle politiche di accoglienza, a quelle di assistenza, a quelle di prevenzione dei comportamenti a rischio promuovendo il protagonismo e la presa di parola dei soggetti. Ciò vuol dire costruire attraverso la partecipazione i servizi sociali come luoghi di costruzione di nuova cittadinanza a partire dai soggetti più fragili.

Le prestazioni ai servizi sociali devono essere rivolte alla generalità dei cittadini italiani stranieri, apolidi, richiedenti asilo e rifugiati che risiedono nel comune.

L’insieme di questi temi rende, pertanto, più attuale e più urgente una nostra riflessione di fondo sugli enti locali come enti di prossimità più vicini ai bisogni dei cittadini.

E’, infatti, necessario assumere l’iniziativa dei Comuni come pezzo di un’iniziativa di massa per i diritti di cittadinanza, la democrazia e la partecipazione, sia costruendo conflitti e vertenze territoriali sia lavorando per nuove normative legislative e modifiche statutarie nei Comuni da inserire come obiettivo da perseguire immediatamente nei programmi locali.

RICONOSCIMENTO E SOSTEGNO DELLO SPORT SOCIALE

Per sport sociale si intende l’insieme di attività motorie e sportive finalizzate a facilitare processi di inclusione sociale, di interculturalità, di superamento dei disagi, di mediazione dei conflitti e di prevenzione della salute, rifiutando la logica del risultato a tutti i costi e del consumo di sostanze dopanti per ottenerlo.

Lo sport sociale è un diritto di cittadinanza e come tale deve essere riconosciuto, inserendolo a pieno titolo nelle politiche del welfare e favorendone la massima diffusione a tutti i cittadini, senza alcuna discriminazione di natura socio-economica, culturale e di genere.

Gli enti locali devono sostenere i valori di uno sport pulito e per tutti, lontano dall’esasperazione agonistica, che spesso sfocia nella violenza e nell’illecito, favorendo la crescita di associazioni, che si occupano della promozione e diffusione di tali attività.

Gli impianti sportivi pubblici devono essere polivalenti e distribuiti equamente sul territorio, privilegiando le zone di disagio sociale. Essi, insieme alle palestre scolastiche, vanno affidati, quando il pubblico è impossibilitato a gestirli, ad associazioni che favoriscono la partecipazione e l’inclusione sociale delle persone in difficoltà socio-economica, conducono la lotta al doping, combattono ogni forma di intolleranza, xenofobia, razzismo e discriminazione, abbiano operatori sportivi qualificati, rispettino i tetti tariffari comunali per le diverse attività prevedendo accessi gratuiti per le persone con basso o nullo reddito ed incentivino lo sviluppo dello sport femminile.

LA POLITICA DEGLI ENTI LOCALI SULLA COOPERAZIONE DECENTRATA

La cooperazione decentrata allo sviluppo, e’ un tema delicato e di grande impatto sociale ed economico. Operano nel settore centinaia di ONG, Associazioni di volontariato, ed una decina di associazioni di migranti che realizzano programmi di cooperazione nel mondo.

Riguardo la cooperazione decentrata, province e comuni debbono assumere un ruolo importante nella promozione e nel coordinamento delle attività di sviluppo e delle azioni di solidarietà internazionale.

Gli enti locali sono chiamati a:

– definire strategie di cooperazione decentrata;

– partecipare con risorse proprie alle iniziative di cooperazione decentrata;

– collaborare con altri programmi nazionali ed europei di intervento;

– favorire a livello territoriale la creazione ed il coordinamento di gruppi/comitati di sviluppo locali capaci di partecipare alle iniziative di cooperazione;

– partecipare o realizzare con proprie strutture e personale progetti di cooperazione decentrata.

In particolare è possibile rivendicare l’istituzione di un assessorato competente per la cooperazione, al quale collaborino tecnici ed esperti con comprovata esperienza. Esigere che le imprese private non siano considerate soggetti primari di cooperazione, ovvero non possano presentare progetti. Chiedere la costituzione di un fondo unico per la cooperazione al quale possono apportare risorse i cittadini, le associazioni di categoria, strutture pubbliche e private.

Il finanziamento di iniziative decentrate di sviluppo può avvenire anche attraverso i canali classici di sostegno nazionale ed internazionale (MAE, U.E., organizzazioni internazionali).

CITTÀ SICURE, SOCIALI, ACCOGLIENTI

Il tema della sicurezza è sicuramente un altro leit motive che viene utilizzato dalla destra (e non solo purtroppo) quotidianamente ed ossessivamente, attraverso la costruzione dell’ideologia della paura, la paura dell’altro, del diverso.

Il problema della sicurezza dei cittadini va affrontato e non ci sono margini per speculare né statistiche che tengano. Si tratta di un problema drammatico che deve essere valutato in tutta la sua portata e la sua serietà e non, come qualche volta si può pensare per motivi elettorali o per non lasciare presa alla Lega e alle destre su questo punto.

Tra l’altro non ci sarebbe libertà ed uguaglianza se non fossero garantite, in primo luogo , la salute e la sicurezza. La città e i quartieri devono diventare luoghi di socialità, di costruzione di relazioni e di legami sociali, che sono gli unici veri presidi per la sicurezza dei cittadini e delle cittadine.

Solo così il tema della sicurezza potrà cessare di essere cavallo di battaglia della destra per politiche razziste e sicuritarie rese più pericolose dalla recente approvazione di norme che ampliano i poteri di ordinanza del Sindaco quale ufficiale di governo e, quindi, su materie di competenza dello Stato centrale.

Le nuove normative prevedono, infatti, l’armamento della Polizia Municipale, autorizzano la privatizzazione della sicurezza attraverso le ronde, limitano i diritti dei migranti , a partire da quello di essere curati senza essere denunciati e tendono a rendere ordinario l’utilizzo dei militari nelle città per funzioni di ordine pubblico: si tratta di provvedimenti gravi, sbagliati e spesso anticostituzionali che, peraltro, non sortiscono nessun effetto concreto.

Le ordinanze dei sindaci contro i barboni o per la chiusura di pubblici esercizi frequentati da presunti disturbatori della quiete pubblica o per il facile smantellamento dei campi rom non si accompagnano, negli enti locali, alla progettazione di veri interventi in tema di sicurezza.

Se si individuano nello straniero e nel diverso le cause e gli autori della criminalità, eludendo il tema delle vere cause che ruotano intorno agli interessi della criminalità organizzata (traffico internazionale di droga, riciclaggio di denaro sporco, legato ad interessi speculativi e di elusione fiscale in campo immobiliare e commerciale) e non si assumono come fondamentali il tema della socialità e dell’inclusione sociale dei soggetti più deboli, non si affronta il problema della sicurezza dei cittadini, ma solo quello di “ordinanze immagine” utili per accrescere consenso elettorale e popolarità.

Cosi si innestano guerre contro i presunti unici responsabili delle azioni criminali, degli stupri e delle rapine, individuati solo negli extracomunitari e nei rumeni. Un’assurda guerra tra i penultimi e gli ultimi della società.

Utilizzare le risorse per operatori e operatrici di strada per rendere le città visibili e sicure. Un vero e proprio programma va costruito per il rispetto e la dignità delle persone migranti, con particolare attenzione a casa, lavoro, istruzione e formazione. Attrezzare i campi rom per quei nuclei che fanno del nomadismo una scelta di vita, dotare gi altri nuclei di strutture sociali dignitose, di mediatori e mediatrici culturali, di centri donne, anziani/e e bambini/e.

Insomma:

-dare dignità e diritti a stranieri e straniere;

-istituire case per donne maltrattate e violentate in fuga dagli autori di molestie e violenze per loro, le loro bambine, i loro bambini;

-istituire un osservatorio di genere per l’infanzia e un percorso di formazione di identità sessuata a partire dalle scuole materne (è un bel modo per combattere il bullismo);

-formulare veri e propri “progetti carcere” per uomini e donne ristretti/e dentro e fuori il carcere, percorsi di ricostruzione di identità violate, distorte, umiliate;

-definire percorsi di formazione per impiegati/e comunali/e che non si riducano al solito corso per passare di livello, ma costruiscano un rapporto qualitativo con il lavoro, che diventi occasione di socialità;

-definire corsi di formazione per vigili, donne e uomini, legati al territori, alle scuole, ai luoghi e ai tempi dei quartieri;

-presidiare la città vuol dire rompere la solitudine, mettere in grado la popolazione di interagire, relazionarsi, partecipare;

-rispondere alla richiesta di ordine pubblico con l’organizzazione di spazi pubblici della città e nelle scuole momenti di confronto fra operatori della formazione e utenti (ragazzi, genitori, assistenti sociali) per combattere la violenza maschile sulle donne, anche in famiglia.

Un chiaro e preciso programma di tutela della sicurezza quartiere per quartiere, strada per strada deve essere elemento imprescindibile del programma del PRC: uffici particolari disponibili ad ogni orario per le richieste di aiuto, assistenti sociali disponibili ad ogni collaborazione con i cittadini e ad ogni attività di formazione e sensibilizzazione, presenza costante, continua e percepibile dell’ente pubblico con funzioni di presidio della sicurezza, agente come tale ed avvertito come sostegno dalla cittadinanza.

Occorre, quindi, ripartire da un’altra idea di città.

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